moroprigionierobr copy(ASI) Roma - Il 16 marzo 1978, la “Fiat 130” che trasportava il politologo, giurista e statista della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, dalla sua casa romana nel quartiere Trionfale (zona Monte Mario) alla Camera dei Deputati per la presentazione del quarto governo Andreotti, fu bloccata dalle Brigate Rosse tra Via Mario Fani e Via Stresa.

I brigatisti, con un blitz uccisero i cinque uomini della scorta e sequestrarono lo statista democristiano, conducendolo nella cosiddetta “Prigione del Popolo”, ossia il covo di via Camillo Montalcini a Roma.

Qui, Aldo Moro passò gli ultimi 55 giorni di vita in prigionia, scrivendo un vero e proprio “memoriale”, sia con lettere (molto toccanti indirizzate ai famigliari e molto critiche, al vetriolo, ai colleghi DC del Governo, rei in sua opinione di voler fare poco o     nulla per salvarlo), sia rispondendo per iscritto su un blocco a quadretti alle domande del processo – interrogatorio del laeder delle Brigate Rosse, Mario Moretti, a cui Moro rispondeva con dichiarazioni compromettenti nei confronti degli esponenti del Governo, in particolar modo di Giulio Andreotti che in quel momento era Presidente del Consiglio.

Dal “Memoriale di Moro”: “Tornando a lei, On. Andreotti, che cosa ricordare? La sua amicizia con Sindona e Barone? Il suo viaggio americano col banchetto offerto da Sindona, malgrado il contrario parere dell'Ambasciatore d'Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli? La trattativa di Caltagirone per la successione di Arcaini?”

Sulle dichiarazioni di Moro, ecco quale è stato il commento di Andreotti molti anni più tardi “Giudizi molto pesanti. Moro sapendo che la decisione dovevo prenderla io, certamente si scatenò. Ma, tutte cose che vanno inquadrate nella situazione in cui Moro scriveva. Non gliene voglio certamente”.

Le fasi del sequestro Moro, furono coordinate dal leader delle Brigate Rosse, Mario Moretti che scrisse personalmente i comunicati dei brigatisti. Nelle sue memorie, il Moretti ha riferito che si instaurò un rapporto di collaborazione e rispetto personale e dei ruoli col priginiero Aldo Moro che fu libero sostanzialmente di scrivere le sue lettere e di condurre personalmente la trattativa con gli esponenti della Democrazia Cristiana e del Governo per la sua salvezza.

Moretti, voleva utilizzare le dichiarazioni di Moro per destabilizzare le istituzioni e l'opinione pubblica nazionale. In merito, l'On. Giovanni Pellegrino (Presidente della Comissione Stragi dal 1996 al 2001) ha affermato “Moretti sapeva di avere in mano due ostaggi, uno era Moro e l'altro erano i segreti che lo statista aveva confidato alle BR”.

A tal proposito, il 29 marzo del 1978, durante il 13esimo giorno di Prigionia del Presidente della Democrazia Cristiana, nel comunicato n. 3, le Brigate Rosse scrivono “Il processo prosegue con la piena collaborazione del prigioniero”.

Col passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, Moretti apparve sempre più rammaricato per gli scarsi risultati politici raggiunti dalla trattativa che nel complesso era fallita, a causa della dimostrazione di fermezza dello Stato.

Egli cercò fino all'ultimo di evitare il tragico epilogo e di ottenere in cambio della liberazione di Moro, la liberazione dei brigatisti prigionieri.

Così, il 30 aprile 1978, effettuò personalmente una drammatica telefonata da una cabina della Stazione Termini, alla moglie di Aldo Moro per ottenere i risultati sperati, senza uccidere il Presidente Moro.

Anche da Moro fu aspramente criticata la “linea della fermezza” governativa per chiudere ogni spiraglio di trattativa con le Brigate Rosse.

Scrive in un passo del suo memoriale il Presidente della Democrazia Cristiana sul comportamento degli esponenti del Governo e del suo Partito “Possibile che siete tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato? Che qualcuno vividamente vi suggerisce come soluzione di tutti i problemi del Paese? Ma, nessun responsabile si nasconde dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto”.

Sono stati pubblicati a più riprese degli stralci del contenuto del “Memoriale Moro”, ma, in realtà, secondo gran parte degli storici della politica, non si conoscerebbe ancora oggi esattamente integralmente il contenuto di questo fondamentale documento storico, anche perché attualmente, non sono stati ancora ritrovati, né gli originali manoscritti di Moro, né le bobbine delle registrazioni che sono state fatte dagli stessi Brigatisti.

In esso, sarebbero state fatte alcune rivelazioni su episodi e misteri irrisolti della storia repubblicana, dai rapporti in seno alla DC, sulla strategia della tensione, a compromettenti frequentazioni di politici democristiani, intrecci fra politica ed affari, passando per il “Lodo Moro”, la fuga di Kappler, il Golpe Borghese, fino a un presunto sistema di fondi neri e tangenti che poi verrà a galla nel 1992 con l'operazione “Mani Pulite”. Chissà cos'altro contiene il “Memoriale Moro” che non è stato ancora reso pubblico.

In esso, praticamente, ci sarebbe la chiave di volta per comprendere oltre un trentennio di storia repubblicana italiana e la lenta crisi della Prima Repubblica che, secondo numerosi storici, iniziò proprio con la tragica fine dello statista pugliese, nel 1978.

Lo storico del “Caso Moro”, Miguel Gotor, autore del libro “Il Memoriale della Repubblica – Gli scritti di Aldo Moro della Prigionia e l'anatomia del Potere Italiano”, ha definito il “Memoriale Moro”, appunto “Memoriale della Repubblica”, poiché la gestione di queste carte è una vicenda che ha accompagnato la storia e il declino della cosiddetta “Prima Repubblica”, tra il 1978 e il 1990, in quanto esisterebbe “un dialogo” fra il sequestro di Moro e la crisi della “Prima Repubblica”.

Il 3 maggio, a seguito di una vivace discusisone fra i brigatisti che volevano salvare la vita a Moro e quelli che invece volevano porre fine al sequestro uccidendolo, le Brigate Rosse, vedendo fallita ogni possibilità di trattativa con lo Stato, decisero di concludere il sequestro, uccidendo Moro.

Secondo quanto raccontato da Mario Moretti fu lui stesso ad eseguire la sentenza di morte la mattina del 9 maggio 1978, recandosi in Via Montalcini, invitando Aldo Moro ad entrare in una cesta di vimini chiusa con cui i brigatisti lo trasferirono nel garage sotterraneo, facendolo sistemare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa coperto da un plaid, uccidendolo con una decina di colpi, esplosi da una pistola Walther PPK e da una mitraglietta Vz 61 Skorpion. Secondo altre fonti, fu Maccari a sferrare alcuni colpi con lo Skorpion dopo l'inceppamento della pistola di Moretti.

A questo punto, chiuso il bagagliaio, Moretti e Maccari condussero la Renault 4 contenente il cadavere di Moro fino a Via Caetani, scortati nell'ultimo tratto di strada da Morucci e Seghetti a bordo di una Simca.Qui, i due brigatisti lasciarono l'auto allontanandosi.

Le Brigate Rosse, come per volontà dello statista democristiano, si affrettarono a comunicare immediatamente il luogo in cui la famiglia avrebbe ritrovato il corpo di Moro, cioè appunto in Via Caetani, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù e quella del Partito Comunista Italiano in Via delle Botteghe Oscure.

Fu il Prof. Franco Tritto, allievo, collega e uomo di fiducia di Moro presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università “La Sapienza” di Roma, a ricevere la telefonata del brigatista rosso Valerio Morucci, qualificandosi come dottor Nicolai, che comunicava il luogo preciso dove giaceva il corpo di Moro senza vita. Questa telefonata è stata registrata ed ha oggi un grande valore storico.

Fra le ultime volontà di Moro c'era quella che la notizia della sua morte venisse prima comunicata a Tritto e che poi Tritto andasse di persona a comunicarla alla sua famiglia.

E proprio dal 9 maggio 1978, il giorno più drammatico per la storia politica della Repubblica, iniziò la caccia non solo ai sequestratori e agli assassini di Moro, ma anche al suo “Memoriale”, in cui il Presidente DC aveva rivelato ai Brigatisti dei segreti di Stato.

Sulla morte di Moro, ha dichiarato anni più tardi Giulio Andreotti (Presidente del Consiglio 1976 – 1979) “tuttli gi sforzi erano protesi a salvare la vita di Moro. Non c'eravamo riusciti e questa è stata una sconfitta che noi abbiamo avuto”.

Il 10 maggio 1978, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, il Ministro degli Interni Francesco Cossiga, segnato dal dramma personale e travolto dalle polemiche sul sequestro di Moro, si dimette. Al suo posto, gli subentra Virginio Rognoni (al Viminale dal 1978 al 1983) che ha commentato “ricordo che mi chiesero se appena arrivato al Viminale avevo dato disposizione alle mie forze, e ai miei apparati di andare alla ricerca delle carte di Moro.... Ed io risposi: ho detto di andare alla ricerca degli assassini di Moro e della sua scorta”.

Nella primavera del 1978, dei brigatisti che avevano sequestrato e ucciso Aldo Moro, non si trovava nessuna traccia. Il 30 agosto 1978, il governo conferisce al Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, speciali poteri antiterrorismo, affidandogli il collegamento fra le forze di polizia e gli agenti dei servizi. Il Generale ha praticamente “carta bianca”, e un solo ordine, riferire direttamente al Ministero degli Interni.

Sul Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ha detto il Ministro Virginio Rognoni “Quando lo scelsi come comandante di questo nucleo, venivamo dalla sconfitta dello Stato a causa dell'assassinio di Moro. E la pregiudiziale Moro, è una pregiudiziale che noi dovevamo onorare, nel senso che dovevamo fare luce su questa tragedia del Paese”.

Gli inquirenti brancolano nel buio e le indagini sono a un punto morto. Ma, all'improssivo c'è una svolta. Una sorpresa porta il nucleo anti terrorismo dei Carabinieri guidato dal Capitano Roberto Arlati alla scoperta di un probabile covo delle BR alla periferia di Milano in Via Monte Nevoso.

Uno degli inqiulini di quell'appartamento, è un noto brigatista latitante, tale Lauro Azzolini che venne tenuto sotto controllo ogni ora della giornata. Sul pedinamento di Azzolini, ecco la testimonianza dell'ex Capitano dei Carabinieri Roberto Arlati che coordinava le operazioni “Azzolini era un latitante, un brigatista regolare come si usa dire, nel senso che era a tempo pieno, una “primula rossa”, ossia un brigatista di un certo livello. Così, cominciammo a stabilirci due o tre persone in maniera alternata di fronte al civico 8 di Via Monte Nevoso. In tutto questo lasso di tempo, io e il mio ufficio avevamo cambiato dipendenza, ossia dall'ufficio anticrimine alle dipendenze del Generale Dalla Chiesa all'antiterrorismo”.

Il pedinamento di Azzolini proseguì senza sosta e nonostante le difficoltà si riuscirono ad individuare altri covi di brigatisti a Milano. Il Brigatista aveva l'abitudine di trascorrere la domenica fuori città. Viene visto salire sul treno per Firenze.

Al mattino del 24 settembre 1978, c'è un altro colpo di scena che porta ad un accellerazione delle indagini “Intorno alle 12.30 -ha raccontato il Capitano Roberto Arlati – il fotografo chiamò in ufficio e disse che stava entrando nell'appartamento una donna che non aveva mai visto che poi venne identificata come Nadia Mantovani che si era data anche lei alla latitanza ( dal 29 luglio 1978 n.d.r.)”.

A questo punto, il Generale Dalla Chiesa, ritenne perciò che fosse venuto il momento di agire. A Milano i covi individuati erano quattro e Dalla Chiesa opta per un blitz in grande stile che colpisca contemporaneamente tutte le basi delle Brigate Rosse.

In Via Monte Nevoso 8, il coordinamento dell'intervento era affidato al Capitano Arlati. Come ogni domenica mattina, Lauro Azzolini uscì alle 8 del mattino dallo stabile per recarsi alla stazione centrale dove prendere il direttissimo per Firenze. Gli agenti che lo seguivano ormai da tempo, pensavano che lui avesse una fidanzata in Toscana. Solo in seguito si saprà che Firenze era la sede della Direzione Strategica delle Brigate Rosse. Azzolini, venne bloccato e arrestato, e dopo altri uomini dei Carabinieri salirono le scale, bussando alla porta del civico 8 di Via Monte Nevoso. Colti di sorpresa i due brigatisti presenti nell'appartamento, cioè Nadia Mantovani e Franco Bonisoli (brigatista ricercato, membro del Comitato Esecutivo, ritenuto uno dei responsabili del sequestro di Moro e del massacro della sua scorta), si arrendono imediatamente.

Sul blitz dei Carabinieri nel “covo” di Via Monte Nevoso, ha dichiarato Franco Bonisoli “Nadia Mantovani mi disse ecco sono arrivati. Lei venne già arrestata in condizioni simili in Via Maderno con Curcio (gennaio 1976 n.d.r.) e fece una smorfia e una esclamazione come per dire della serie un'altra volta! Il tutto si è svolto in un attimo, hanno battuto alla porta, urlando Carabinieri aprite. Anche la Nadia, memore dell'esperienza passata, ha fatto cenno di aprire senza opporre resistenza, perché non c'era niente da fare. Così' decidemmo semplicemente di arrenderci e di aprire”.

Quell'appartamento, oltre ad essere un “covo” terroristico delle BR, era anche un vero e proprio archivio di carte, classificiatori e contenitori ovunque, anche sul pavimento. Sulla scrivania, era molto evidente, un plico con una copertina azzurra, contenente dei fogli dattiloscritti che il Capitano Roberto Arlati, identificò come la trascrizione dattiloscritta dell'interrogatorio di Aldo Moro, il cosiddetto “Memoriale Moro”, redatto nella prigionia brigatista.

A questo punto, il Capitano Arlati, telefonò immediatamente al suo diretto superiore il Colonnello Nicolò Bozzo,braccio destro di Dalla Chiesa che provvide ad informare il Generale.

Quel giorno alle 10 del mattino, arrivò anche in Via Monte Nevoso, il Sostituto Procuratore Pomarici per complimentarsi col Capitano Arlati e con i suoi uomini per l'ottimo lavoro svolto, prima di tornare in Procura. Agli uomini di Arlati spetterà un lungo lavoro di verbalizzazione, mentre il Generale Dalla Chiesa, si precipiterà a Roma al Viminiale dal Ministro Rognoni per portargli il carteggio di Moro che il Ministro consegnò subito al Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti che era nel suo ufficio privato.

Comunque sia, gli uomini del Generale Dalla Chiesa, irruppero anche negli altri tre covi BR di Milano, quello di Via Pallanza 6, quello di Via Olivari 9 e infine nella tipografia di Via Bruschi. Alla fine il bilancio dell'operazione si rivelò trionfale: 9 brigatisti arrestati, rinvenute schede, agende, verbali, appunti, armi, esplosivi, giubbotti anti proiettili, divise da agenti, banconote, provenienti da riscatti, documenti falsi.

“Al Comitato Esecutivo delle BR - ha affermato il brigatista Franco Bonisoli – furono portati i dattiloscritti di cui una copia fu trovata in Via Monte Nevoso che portai io da Firenze. Fu Moretti a portarli e a distribuirli al Comitato Esecutivo. Le copie venivano fatte con la carta copiativa. Non c'era altro disponibile, quindi venivano fatte così le copie. Poi le portai direttamente io a Milano”.

Dunque, non si hanno notizie certe del “Memoriale Moro” fino al 1 ottobre 1978, allorché i Carabinieri del Generale Carlo Albergo Dalla Chiesa, fanno irruzione nel covo delle Brigate Rosse in Via Monte Nevoso 8, alla periferia di Milano.

Sul dattiloscritto di Moro rinvenuto in Via Monte Nevoso nel 1978, ha lasciato il suo commento anche il Pm Franco Ionta “Fu rinventuo nel 1978 un dattiloscritto redatto dai brigatisti del manoscritto di Moro che, abbiamo capito dopo, rispondeva a delle domande e lo fece per capitoli e per sottocapitoli”.

Subito iniziò il “toto memoriale” sui giornale. Molti cercano di pubblicare dei titoli ad effetto che vanno pressoché sempre contro il Governo e contro Giulio Andreotti. D'altronde, nel “Memoriale” i giudizi di Moro su Andreotti e su altri esponenti della Democrazia Cristiana, sono pesantisismi.

Mentre, il Governo valuta se rendere pubbliche o no queste carte, sulla stampa iniziano a filtrare le prime indiscrezioni e scoppiano subito accuse e polemiche. La stampa si scatena. Su “La Repubblica” di Eugenio Scalfari del 5 ottobre 1978, il Giornalista Giorgio Bocca sostiene che le carte di Moro sarebbero state esaminate prima dalle personalità politiche che dai magistrati. Sempre “La Repubblica” il giorno dopo, il 6 ottobre 1978 pubblicò in un articolo firmato da Giorgio Battistini “Tutto contro Andreotti il Memoriale di Moro”.

In merito, Giulio Andreotti ha commentato anni dopo “i negativi giudizi di Moro su di me, non mi hanno poi commosso in maniera particolare”, spiegando che il Generale Dalla Chiesa fece conoscere le carte agli esponenti del Governo, ma che quest'ultime erano state comunque sia rese note alla luce del sole.

Il 17 ottobre 1978, l'Osservatorio Politico (OP) di Mino Pecorelli titola “Non c'è blitz senza spina”. Il direttore di OP allude alla presenza di nastri registrati con la viva voce del Presidente Moro.

Praticamente, per tutto il mese di ottobre del 1978, la Rivista Osservatorio Politico, continuò ad interessarsi delle carte di Moro. Il suo direttore Mino Pecorelli, era un giornalista piuttosto scomodo per il potere che lanciava pesanti accuse e si diomstrava pressoché sempre ben informato.

Anche secondo Pecorelli, Moro avrebbe rivelato dei segreti esplosivi della Nato. Tant'è che durante il suo sequestro, i comandi Nato, avrebbero deciso di moficare i piani operativi di tutto lo scacchiere europeo.

Sull'attività di giornalismo investigativo di Mino Pecorelli, ha commentato Sergio Flamigni (Membro “Commissione “Moro” 1978 – 1983”): “E' documentato che il 4 di ottobre, pochi giorni dopo il blitz di Via Monte Nevoso, Pecorelli si incontra con Dalla Chiesa e da quel momento inizia una serie di pubblicazioni, parlando di “Memoriali”, non di un “Memoriale”. Sostiene che esiste un altro memoriale contenente segreti di Stato. Poi, addirittura, arriva a prevedere l'uccisione di Dalla Chiesa”.

Secondo quanto risulterebbe dalla sua agenda, Mino Pecorelli, avrebbe incontrato dal 21 agosto al 4 ottobre, il Generale Dalla Chiesa per ben quattro volte. Ma, il motivo esatto di questi incontri ancora a tutt'oggi resta un mistero.

Ma, su quel memoriale è come se gravasse una maledizione, un tragico destino sembra legare chiunque inizia ad occuparsene.

Nel numero di OP del 6 febbraio 1979, iniziò una campagna contro il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. Pecorelli, da una parte riprese le accuse che lo stesso Moro gli aveva indirizzato dalla “Prigione del Popolo”, dall'altro canto ne lancia di nuove, dove “Andreotti viene definito quasi come un capo assoluto, a cui tutto, per la ragion di Stato è concesso”.

Ecco il commento di Giulio Andreotti, a distanza di anni, sulle accuse pubblicate da Pecorelli sull'Osservatorio Politico “Non è che fosse la Gazzetta Ufficiale, o il Corriere della Sera, poi poveretto è morto, e allora pace all'anima sua, ma io no ngli avevo mai dato una grande importanza”.

Il 6 marzo compare sull'agenda di Pecorelli, il nome di Antonio Varisco, un Colonnello dei Carabinieri impegnato nella lotta al terrorismo. L'appuntamento, è nell'ufficio dell'ufficiale in Piazza delle Cinque Lune. In questi giorni, Pecorelli incontrò anche l'Avv. Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca privata di Sindona.

Il direttore di OP, Mino Pecorelli, portò avanti le inchieste giornalistiche, finché non venne assassionato in auto, mentre lascia la sede della redazione del giornale, il 20 marzo 1979.

L'estate del 1979, invece, esattamente il 12 luglio, venne freddato Giorgio Ambrosoli al rientro a casa. Il giorno dopo, anche il Colonnello Varisco, restò vittima di un agguato, stavolta delle Brigate Rosse.

Ma, non è finita qui, il 31 dicembre 1980, toccò anche al Generale Enrico Galvaligi che cadde sotto il fuoco delle Brigate Rosse.

Esiste un legame fra questi omicidi e le carte di Moro? Nessun indagine e nessun processo hanno potuto dimostrare la certa connessione fra questi omicidi. Dunque, allo stato attuale si può parlare solo di una tragica coincidenza.

A tal proposito, ha invece affermato Sergio Flamigni (Membro “Commissione “Moro” 1978 – 1983”): “E' certo che esiste un legame diretto fra gli scritti di Moro e gli omicidi, perché Calvaligi è il primo a riferire che vi era un manoscritto, lo dice il giornalista Giorgio Battistini, lo dice Eugenio Scalfari che ha deposto in merito ai suoi colloqui con Galvaligi”.

Galvaligi aveva rivelato che il memoriale Moro era stato portato a Roma la notte da due persone su un auto prima che lo leggessero i magistrati.

Il 23 febbraio 1982, tuttavia, davanti la Commissione “Moro”, il Generale Dalla Chiesa smentirà quella circostanza: “nessun altro in quella giornata mise piede nel covo di Via Monte Nevoso se non il magistrato Pomarici. Quando la sera seppi che c'era quel carteggio relativo alla vicenda “Moro”, feci in modo che nessuno entrasse prima. Infatti, entrammo io e i magistrati Gresti e Gallucci, rimanemmo un'ora, vedemmo di cosa si trattava e uscimmo. Da quel momento, tutto fu nelle mani della magistratura”.

Ma, in quell'audizione davanti la Commissione “Moro”, incalzato da Leonardo Sciascia, il Generale Dalla Chiesa, fece anche una ammissione clamorosa, secondo la quale, il memoriale trovato in Via Monte Nevoso sarebbe incompleto: “mi chiedo oggi dove sono le borse, dov'è la prima copia, questo è il mio dubbio. Fra decine di covi, non c'è stata una traccia di quei documenti che si riferivano all'interrogatorio. Non c'è stato un brigatista, pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di quel tipo,lamentando la sparizione di qualcosa. Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo”.

In merito ha commentato l'On. Giovanni Pellegrino (Presidente della Comissione Stragi dal 1996 al 2001): “Dalla Chiesa ha sottolineato che il ritrovamento è parziale perché mancano gli originali del dattiloscritto, mancano gli originali del manoscritto, mancano le registrazioni dell'interrogatorio di Moro, mancano le borse che Moro aveva con lui quando è stato rapito in Via Fani”.

Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, non avrà mai risposte alle sue domande. Nominato Prefetto di Palermo, verrà ucciso dalla Mafia, il 3 settembre 1982.

In tre anni, le forze dell'ordine riescono a prendere quasi tutti i brigatisti, che avevano partecipato al sequestro e all'assassinio di Moro: Valerio Morucci, Adriana Faranza e Prospero Gallinari ( a lungo ritenuto l'esecutore materiale dell'uccisione di Moro), Bruno Seghetti, Annalaura Braghetti e il 4 aprile 1981, Mario Moretti, il “capo” dell'Operazione “Moro”.

Nel 1990, un ulteriore tassello si aggiunge all'intricato mistero sui carteggi di Moro: il 10 ottobre 1990, il Tg annunciò della clamorosa scoperta durante i lavori di restauro dell'appartamento di Via Monte Nevoso a Milano: sono saltati fuori carteggi manoscritti attribuibili ad Aldo Moro, in una cartella avvolta nel nastro adesivo con 53 pagine in più rispetto a quello ritrovato nel 1978 (lettere, disposizioni testamentarie e il famoso memoriale per un totale di 421 fogli, 229 dei quali sono le risposte che Moro ha scritto di suo pugno alle domande dei suoi carcerieri), una pistola walther ppk con munizioni, un fucile mitragliatore avvolto in un giornale del settembre 1978, una borsa con 60 milioni di lire provenienti dal sequestro “Costa”.

I documenti attribuibili al memoriale della prigionia di Moro, rinvenuti nel 1990, sarebbero stati scoperti per puro caso dietro una intercapedine di gesso sotto la finestra, dal muratore Gennaro Bernardo.

Sul rinvenimento, Sergio Flamigni ha commentato: “ero convinto che bisognava fare la perquisizione. Pomarici mi disse che la perquisizione era stata fatta alla perfezione. Quell'appartamento era stato scarnificato”.

Il testimone diretto dell'irruzione nell'appartamento di Via Monte Nevoso 8, l'ex brigatista Lauro Azzolini, venne interpellato dalla redazione del Tg del 10 ottobre 1990 sul nuovo ritrovamento. Egli, era detenuto nel carcere di San Vittore, ma era ammesso al lavoro durante il giorno: “penso che nell'irruzione del 1978, sia stato trovato tantissimo materiale sul tavolo, perciò, ad un certo punto, si sono accontentati di questo. Quindi, penso che la perquisizione sia stata fatta superficialmente, tra virgolette”.

Sul manoscritto del 1990, il Sostituto Procuratore Franco Ionta ha dichiarato: “venne ritrovato nel 1990, non un dattiloscritto come nel 1978, ma una fotocopia di un manoscritto di Moro, con maggiori informazioni e temi del tutto inediti negli intrecci fra affari e politica, brani inediti sui servizi segreti, ma soprattutto notizie sul caso “Gladio”” ”.

Molti nell'opinione pubblica, dopo il ritrovamento del 1990, continuano a sostenere ancora con più forza che qualcosa del memoriale sia stato censurato, visto che ogni tanto, anche dalle testimonianze delle persone informate dei fatti, è uscito fuori qualcosa di inedito.

Dal Tg del 20 giugno 1993: Moro nel suo memoriale, scrisse in più passaggi di una struttura militare segreta antiguerriglia, contro forze nemiche sul territorio nazionale, o di guerriglia contro forze occupanti, ma non usò mai la sigla “Gladio”. A tal proposito, il giornalista Renzo Magosso ha detto: “Moro aveva parlato di questa organizzazione che si chiamava Gladio e vennero fuori delle cose imbarazzanti che dette nel 1980 avrebbero creato dei cataclismi, ma dette nel 1990, no...”.

Due settimane dopo quella scoperta, il 24 ottobre del 1990, il Presidente del Consiglio Andreotti, per troncare ogni diceria e ogni insinauzione, rese pubblica per la prima volta, l'esistenza di una struttura segreta della NATO conosciuta come “Stay Behind” che in italia si chiamava Gladio, da molti considerata una struttura illegale che poteva fare anche un colpo di Stato.

La Commissione Stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, per far luce sulla vicenda, ha ascoltato tutti i suoi protagonisti. Il 23 maggio 2000, il Colonnello Roberto Bonaventura che coordinò il primo blitz dell'Ottobre del 1978, nel frattempo passato al SISMI, ha dichiarato ai membri della Commissione: “il collega Arlati mi dice che c'erano delle lettere di Moro. Io lo riferisco e me le faccio mandare. Facciamo le fotocopie per mandarle a Dalla Chiesa e la verbalizzazione”. Poi negherà questa versione davanti alla Procura.

Nel 2004, sull'intricata vicenda ci fu l'ennesimo colpo di scena, allorché il Capitano Roberto Arlati che condusse il blitz in Via Monte Nevoso, decise di raccontare la sua versione, in un libro scritto con Renzo Magosso e intitolato “Le Carte di Moro”: “Bonaventura arrivò verso metà mattinata e si prese la cartelletta azzurra contenente le lettere e le carte dell'interrogatorio di Moro. Evidenziai a Bonaventura le mie perplessità in merito alla sua richiesta, ma non avevo nessun motivo per dubitare sulla sua correttezza e serietà”.

Il giornalista Renzo Magosso ha precisato: “Bonaventura porta via le carte, dice un attimo, il tempo delle fotocopie, ma poi torna un motociclista solo verso le 18.30 che ridà ad Arlati le carte, ma Arlati fa subito notare con un gesto alla mano che il faldone era più piccolo di quello che lui aveva trovato e consegnato a Bonaventura”.

“L'impressione – ha commentato Arlati – è che qualche documento potesse mancare all'appello, dato il volume, ma non ne sono sicuro, perché io non le avevo contate né prima, né dopo”.

Il Colonnello Bonaventura, non avrà mai il tempo di replicare ad Arlati. Il Tg del 7 novembre 2002, annunciò la sua morte nella sua abitazione romana a soli 63 anni (oltre al carteggio di Moro, Bonaventura si era occupato anche del dossier Mitrokhin).

Dopo gli arresti, ci sono stati gli interrogatori, i processi e le condanne, eppure ancora oggi, a distanza di decenni, le carte dattiloscritte e manoscritte originali, le registrazioni dell'interrogatorio con la voce di Moro, non sono state trovate.

Le Brigate Rosse volevano divulgare il contenuto del dossier Moro, ma non lo hanno fatto. I brigatisti arrestati e interrogati si sono divisi fra coloro che hanno detto che non avevano compreso a pieno l'importanza di quelle carte, e coloro che sostengono che si stava preparando un dossier completo su quanto detto da Moro, ma che a causa della retata sarebbe rimasto fatalmemte incompleto.

Mario Moretti, decise di non rendere più pubblico il “processo” a Moro, ma decise di far circolare le copie con un dossier attraverso la loro organizzazione clandestina.

I silenzi di Moretti, secondo alcuni analisti, forse fanno pensare ad un “patto di silenzio” stipulato dalle Brigate Rosse con i servizi segreti.

Ma cosa avrebbero dovuto occultare i servizi segreti? Cosa non è ancora noto del memoriale Moro?

Di certo, come ha affermato lo storico Miguel Gotor “la copia del carteggio dattiloscritto del 1978 non era firmata da Moro, quindi non si aveva la piena certezza che fosse suo, mentre quello del 1990 era manoscritto e firmato da Moro”.

Nonostante ciò, “l'originale del manoscritto di Moro non è mai stato trovato. Alcuni brigatisti interrogati, sostengono che sia stato distrutto, ma se a questa versione non si crede, l'originale è ancora in giro” ha affermato Franco Ionta, Sostituto Procuratore di Roma.

Quello delle carte di Moro, dunque, sembra un mistero senza fine. Chi ha cercato la verità o a cercato di lanciare un messaggio, di fare delle rivelazioni, purtroppo ha fatto una fine cruenta che lo ha messo a tacere. E il mistero della trafila di omicidi sanguinosi si aggiunge a quello sul reale contenuto del carteggio di Moro.

A tal proposito, a distanza di quarant'anni, per contribuire a far ulteriormente luce su questa vicenda, si potrebbe sentire chi ne sa di più, perché è stato a contatto con persone direttamente informate sui fatti.

Cristiano Vignali – Agenzia Stampa Italia

 

Fonti video e scritte

Video:
https://youtu.be/R0Iz7eoGPVE "La storia Siamo Noi", gennaio 2017

Scritte:

Aldo Grandi, L'ultimo brigatista, Milano, BUR, 2007, ISBN 978-88-17-01645-2.

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Torino, Einaudi, 2008, ISBN 978-88-06-19004-0.

Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Roma, Odradek edizioni, 2007, ISBN 88-86973-86-1.

Mario Moretti, Rossana Rossanda, Carla Mosca, Brigate Rosse. Una storia italiana, Milano, Baldini & Castoldi, 1998, ISBN 88-8089-487-0.

Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Roma, Odradek edizioni, 2007, ISBN 88-86973-86-1.

Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2011. ISBN 978-88-06-20039-8.

Renzo Magosso, Le carte di Moro, perché Tobagi. Chi portò via gli scritti "caldi" di Aldo Moro: i nomi, i reati, i retroscena. Come e quando decisero di non salvare Walter Tobagi Edizioni Franco Angeli, 2003 (con Roberto Arlati).

Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, Milano, Kaos Edizioni, 2004, ISBN 88-7953-131-X

Valerio Morucci, La peggio gioventù, Milano, Rizzoli, 2004, ISBN 88-17-00436-7.


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