(ASI) Lo scenario mondiale attuale in continua evoluzione ed i rapidi interventi, spesso connotati da estrema originalità, del Presidente Trump, rinnovano l’interesse per il Primo Cittadino degli Stati Uniti e spingono gli studiosi ad approfondire la riflessione sugli ambiti del suo potere e sulle sfere di maggiore influenza.

 

 Già nel 1950, il prof. Dahl notava che il Presidente poteva beneficiare di una “sostanziale discrezione” in politica estera, mentre Fenno, nel 1973, sottolineava come la Commissione Affari Esteri del Congresso lavorava in un’area fortemente dominata dal Presidente.

Ma è a partire dal 1966 che, grazie all’articolo “The Two Presidencies”, assistiamo alla nascita della teoria delle “due presidenze”, ad opera dello studioso Wildavsky. Con abbondanza di dati e riferimenti, il politologo afferma che gli Stati Uniti hanno due Presidenze, una per gli affari interni, dai poteri limitati e non scontati, ed una per gli affari esteri, molto più potente e libera di agire. Wildavsky fa notare che tra il 1948 e il 1964 il Congresso approva il 65% delle iniziative del Presidente in politica estera mentre solo il 40% delle proposte relative alla politica interna e giunge a concludere affermando che un Presidente molto determinato a risolvere un serio problema di politica estera ha sempre portato a termine il suo progetto. Tra le prove che l’accademico porta a sostegno della sua tesi troviamo anche le cosiddette votazioni roll-call, ovvero le votazioni per appello nominale, dove la Casa Bianca dà il suo meglio in politica estera, rispetto alla domestic policy.

Ma come si è arrivati a questo strapotere del Presidente in foreign affairs?

Le principali motivazioni addotte a giustificare il progredire di questa libertà di movimento risiedono in alcune particolarità del sistema costituzionale americano ed alla sua netta separazione di poteri (che poi così netta non è).

Al Presidente spetta il potere esecutivo. I Padri Costituenti vollero questa netta demarcazione del potere ma, mentre furono molto precisi nel descrivere i poteri del Congresso, furono, al contrario, molto vaghi, nell’indicare i poteri del Presidente.

Nel corso degli ultimi due secoli di storia americana, l’enorme mutamento della sua civiltà, da prevalentemente rurale a fortemente industrializzata, urbanizzata e avanzatissima dal punto di vista tecnologico, ha portato con sé la necessità di scelte politiche molto veloci, rapide, fondate sulla conoscenza dettagliata della realtà fattuale. Non solo. Per poter intervenire in modo efficace per il bene del Paese è necessario disporre di una schiera di specialisti che possano interpretare correttamente i dati provenienti dai diversi settori. Come è noto un’istituzione ampia come il Congresso, composta da numerosi membri, e da diverse fazioni sempre opposte tra di loro, si è rivelata inadatta a scelte rapide e consapevoli. Tutto ciò ha portato alla ribalta il Presidente perché decide da solo, ha a disposizione numerosi specialisti in ogni settore, i servizi segreti riferiscono direttamente a lui le informazioni più delicate e perché la Nazione guarda a lui per la soluzione delle situazioni più spinose o più sentite.

 La maggiore evidenza di questo stato di fatto lo abbiamo in caso di guerra. Nonostante la Costituzione sancisca espressamente che il Congresso dichiara la guerra, solo in rarissimi casi lo ha fatto, cinque per la precisione, mentre in tutti gli altri è stato il Presidente ha stabilire autonomamente l’intervento militare. Certo, la Casa Bianca non ha mai dichiarato guerra a nessuno, formalmente, ma negli ultimi anni tutti gli interventi militari sono stati decisi direttamente nella West Wing, senza chiedere il permesso al Congresso, tranne l’intervento in Iraq del 2003, quando il Presidente Bush chiese l’autorizzazione al Parlamento sostenendo che Saddam Hussein detenesse, pronte all’uso, armi di distruzione di massa e torturasse i suoi oppositori. Inutile dire che non si sarebbe fermato in presenza di un diniego del Congresso.

Il problema è molto sentito negli States e molti esperti tutt’ora si fronteggiano sulle opposte sponde. Da ultimo lo scontro tra il prof. Yoo, collaboratore del Presidente Bush jr.  favorevole al potere allargato del Presidente in politica estera e il prolifico scrittore Wills, fermo oppositore della guerra in Vietnam, feroce avversario dell’estrema libertà di cui gode la Sala Ovale nell’aprire e chiudere guerre a piacimento, mèmore dell’insegnamento di James Madison, in Federalist 51.

Certamente l’evoluzione dei poteri della Casa Bianca ci interroga non poco, soprattutto perché i coloni, quando scrissero la Costituzione, più di ogni altra cosa, temevano il potere nelle mani del singolo. C’è da dire che tutto quello che il Presidente guadagna negli affari esteri lo perde nella gestione degli affari interni, in quanto, la peculiare composizione del Congresso, con le elezioni parziali a metà del mandato presidenziale, lo costringono ad un lungo, laborioso ed estenuante lavoro di mediazione per vedersi approvate le leggi di suo interesse.

Allora, forse, Wildavsky aveva proprio ragione, noi vediamo un Presidente ma, in realtà, in carica, negli Stati Uniti, ve ne sono due.

Francesco Maiorca – Agenzia Stampa Italia