giochigladiatori(ASI) Roma - In una società come quella romana dove ogni avvenimento naturale aveva un significato, era un presagio fasto o nefasto che influenzava in modo determinante la vita degli uomini, come abbiamo già visto nella religione tradizionale romana, il massimo sacrificio offerto agli Dei per propiziarsi il loro favore, era quello umano che poteva essere sia cruento che semplicemente rituale e simbolico, quest'ultimo sempre più praticato, soprattutto con l'evolversi civile della società romana e il conseguente divieto del sacrificio umano reale da parte del Senato ( 97 a.C..).

 

Un particolare sacrificio umano di origine funeraria, di cui avevamo solo accennato, ma di cui non avevamo ancora parlato nello specifico, erano i ludi o giochi gladiatori, praticati per placare gli spiriti dei defunti, i "Mani", divinità protettrici sia della del focolare domestico, cioè della famiglia, sia della collettività. A tal proposito, inizialmente, era costume uccidere nelle tombe di illustre personalità degli uomini, spesso schiavi, ma successivamente si decise di rendere il sacrifico simbolico con la pratica di giochi gladiatori in onore del defunto, come testimoniato dal drammatico latino Servio (IV - V sec. d.C.), commentando il passo dell'Eneide (10, 519).

Nella tarda repubblica e durante l'Impero, i ludi gladiatori assunsero sempre più una funzione politica di distrazione delle masse popolari delle grandi città romane (plebe), ed erano un mezzo per procacciarsi consensi.

Dopo la fine di vittoriose spedizioni militari che a volte erano in realtà semplici scontri contro gruppi di popolazioni nomadi o seminomadi (che la propaganda romana dipingeva come grandi vittorie), si imponeva agli sconfitti la nuova pace con Roma, attraverso il versamento di materie prime, forniture di contingenti militari, ma, soprattutto, di schiavi e la deportazione di prigionieri di guerra che spesso erano "sacrificati" per il divertimento della plebe di Roma durante sontuosi giochi gladiatori con rappresentazione di scene mitiche o di antiche battaglie sia terrestri che marine, finanziati con le ricchezze delle conquiste. Questi spettacoli finivano per essere un tributo alla grandezza di Roma e un omaggio al "pantheon" degli Dei imperiali per il mantenimento della cosiddetta "Pax Deorum". Essi divennero col passare dei secoli sempre più grandi e sanguinari. Basta pensare che nel I secolo d.C.. L'Imperatore Tito sacrificò ben 5.000 animali in occasione dell'inaugurazione del Colosseo (Anfiteatro Flavio). Nel II secolo d.C. l'Imperatore Traiano sacrificò ben 9000 animali in occasione della conquista della Dacia. Le arene vennero dotati di carrucola ed elevatori per far comparire all'improvviso nuovi personaggi nell'arena.

I gladiatori, passati alla storia per i combattimenti negli anfiteatri delle città dell'Impero Romano, il cui nome deriva dal gladio, spada corta usata nei combattimenti corpo a corpo, erano spesso prigionieri di guerra, condannati, schiavi, ma anche a volte dei veri professionisti del duello, reclutati soprattutto fra liberti e liberi cittadini caduti in disgrazia o che combattevano per la mera estasi della gloria del trionfo. I gladiatori professionisti venivano addestrati dagli impresari (lanciati) in vere e proprie scuole come ad esempio Pompei e Capua (quest'ultima passata alla storia per la rivolta di Spartacus del 73 a.C) e suddivisi in familiare che sono delle specie di agenzie o scuderie dei giorni nostri. Qui si insegnava non solo il perfezionamento dell'uso delle armi e delle tecniche di lotta gladiatoria, ma anche si addestravano i "murituri" su come morire con onore e come uccidere l'avversario. Lo sconfitto offriva con coraggio, senza paura, il collo alla spada del vincitore in attesa del verdetto del pubblico che se era magnanimo urlava "mitte" (mandalo via), invece se era di condanna urlava "lugola" (sgozzalo). La decisione doveva essere poi confermato dal magistrato della città (anche dall'Imperatore se presente). Il gladiatore a terra poteva chiedere la grazia alzando un braccio che poteva essere concessa o meno. Se la scelta era per la morte, il vincitore facendo roteare spettacolarmente la spada la conficcava nel collo dell'avversario, il cui cadavere veniva poi portato via da inservienti vestiti da Caronte, mentre al vincitore veniva conferita la palma e la corona del trionfo fra squilli di tromba, oltre al premio in denaro. Fuori dall'arena belle signore e giovani donne attendevano di passare ore focosa a letto col campione che diventava una stella come i calciatori di oggi. I gladiatori professionisti dopo un numero di trionfi e di anni di servizio potevano ottenere il congedo.

Va comunque sia detto che i combattimenti più sanguinari erano quelli tra condannati a morte, costretti a duellare all'ultimo sangue fra di loro o con le bestie "damnatio ad bestias" e quelli fra gladiatori "bestiarii" con gli animali feroci "venationes" (battute di caccia) , perché la maggior parte dei combattimenti tra gladiatori professionisti non era di certo "a morte", sia perché essi diventavano dei veri e propri personaggi amati dal popolo come già detto, su cui si facevano scommesse e su cui si vendevano dei gadget, sia perché addestrare un gladiatore aveva un certo costo. Tra l'altro, dal I secolo d.C. erano vietati i giochi gladiatori "a morte" tra gladiatori professionisti.

Come uno spettacolo teatrale o come una partita di calcio dei giorni d'oggi, i giochi gladiatori venivano pubblicizzati nei giorni precedenti con l'affissione del programma sui muri della città in cui era riportato il luogo dove si svolgeva lo spettacolo, la data, il nome di chi finanziava (editores) e dei gladiatori che sarebbero scesi in campo.

Era tutto un giro di affari economici che ruotava intorno a questi spettacoli di lotta. Per favorire le scommesse e l'afflusso del pubblico a cui potevano essere venduti anche dei gadget per il tifo di uno o dell'altro gladiatore, la sera prima dello spettacolo, gli editores offrivano una cena libera in cui si presentavano i "morituri".

I giochi che duravano dall'alba al tramonto con spettacoli anche notturni, iniziavano con lo squillo delle trombe e dei tamburi che scandivano il ritmo della marcia della sfilata dei gladiatori che facevano l'ingresso nell'arena, la cosiddetta "pompa gladiatoria", aperta dalle personalità, tra cui, ovviamente l'editores e le autorità cittadine (i magistrati), le portantine con i premi, le armi, e infine i più attesi, i gladiatori professionisti, i venatores specializzati nella lotta con gli animali, e i condannati a morte.

La mattina si svolgeva la "venationes" con gli animali, poi all'ora di pranzo si svolgevano le condanne a morte degli humiliores ( i condannati delle classi sociali più infime) e degli schiavi che hanno commesso i reati peggiori che potevano essere condannati al rogo, alla crocifissione e alla "damnatio ad bestias". Gli schiavi potevano subire la condanna "ad bestias" solo su sentenza di un tribunale circa dal 61 d.C. con la "Lex Petronia". Nel pomeriggio, c'erano gli spettacoli più amati, quelli tra gladiatori professionisti che prevedevano solitamente più duelli in contemporanea e spesso un combattimento a squadre contrapposte.

Diversi intellettuali romani, non solo Cristiani, come S.Agostino d'Ippona e Tertulliano, parlano dei ludi negli anfiteatri criticandoli, ma anche intellettuali di cultura classica come Seneca.

I giochi gladiatori scemano di interesse verso la fine del IV secolo d.C. con l'avvento del Cristianesimo a religione di Stato e con la crisi del V secolo, dove non c'erano più le risorse economiche e materiali (come prigionieri, schiavi e animali) per realizzarne di eccellenti. Dei ludi si ha loro notizia ufficiale fino ai primi anni del V sec., quando l'Imperatore Onorio li vietò definitivamente, allorché rimase inorridito da una carneficina a cui assistette nel Colosseo. Nel VI secolo (519 d.C.) si tiene invece l'ultimo spettacolo nel Colosseo con animali provenienti dall'Africa.

La loro fine nel V secolo rappresenta un ulteriore importante tassello che influenza la crisi e la caduta dello Stato Romano, venendo meno uno degli strumenti attraverso cui si manifestava nell'Impero la magnificenza, la grandezza di Roma e la rappresentazione pubblica della sacralità tipica dello Res Publica romana.

Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia

 

La foto dei giochi gladiatori è tratta da Wikipedia