LucianoGaucci copy(ASI) I miei primi 80 anni. Potrebbe intitolarsi così un'ipotetica biografia di Luciano Gaucci, indimenticato ex presidente del Perugia ed artefice di alcune fra le più belle pagine mai scritte nel libro mastro dello sport cittadino che, fra il 1991 ed il 2005, andarono a comporre un'epoca d'oro calcistica seconda soltanto a quella trainata da Franco D'Attoma e Silvano Ramaccioni nella seconda parte degli anni Settanta.

Proprio oggi, infatti, il vulcanico ex dirigente sportivo festeggia il suo compleanno e raggiunge il traguardo delle otto decadi di una vita tutta da raccontare, fra vittorie, sconfitte, emozioni e, purtroppo, anche qualche immancabile lacrima di dolore. Su tutte, quelle che la famiglia Gaucci, insieme alla tifoseria, dovette versare nell'amara estate del 2005, quando la società fu costretta - secondo alcuni ingiustamente - a dichiarare fallimento. Tanto si è detto di quei mesi travagliati per le sorti del Perugia e forse c'è qualcosa da aggiungere, perché, più di tredici anni dopo, non tutto sembra ancora chiarito.
Resta il fatto che quella compagine, rilevata dallo stesso Big Luciano in Serie C1 nel novembre del 1991, risalì in breve tempo la china superando persino la batosta del giugno 1993, quando la FIGC, allora guidata da Antonio Matarrese, decise di ribaltare il verdetto del campo nello spareggio di Foggia contro l'Acireale, decretando la promozione a tavolino in Serie B dei siciliani poche ore dopo la fine dell'incontro. Per il Perugia e per i perugini, che avevano vissuto con passione quell'annata, raggiungendo in 18.000 lo Stadio "Zaccheria" per l'ultimo atto della stagione, furono momenti tremendi. Proteste, incidenti e scontri con le forze dell'ordine proseguirono per giorni sullo sfondo di quella che la piazza visse per settimane come una palese ingiustizia, un episodio - quello del famigerato cavallo - ritenuto da molti un caso costruito ad hoc per colpire Gaucci e la squadra nell'ambito di mai sopite ruggini con la famiglia barese, che si protrassero per anni sino allo sfogo rabbioso di sei anni più tardi quando, al termine di un teso incontro fra le due squadre, il patron del Perugia e Vincenzo Matarrese, allora presidente del Bari, rischiarono di venire alle mani. Dopo quell'estate, tuttavia, Gaucci, ancor più motivato, si rimboccò le maniche allestendo una rosa fortemente competitiva che, con Ilario Castagner in panchina, riuscì a centrare l'ambito ritorno in cadetteria.
Nel 1996, con Giovanni Galeone alla guida tecnica, la squadra, allora composta da giocatori affermati come Marco Negri, Massimiliano Allegri, Federico Giunti, Rocco Pagano e Massimo Beghetto, nonché da giovani promesse come Marco Materazzi, Roberto Goretti e Gennaro Gattuso, raggiunse la promozione in Serie A, mandando la tifoseria in visibilio al triplice fischio di un'ultima giornata al cardiopalma, giocata al "Renato Curi" contro il Verona, sotto un sole cocente. Chi è nato tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, ricorda con la nostalgia degli anni più belli e segnanti - quelli dell'adolescenza e della gioventù - i momenti palpitanti vissuti in uno stadio stracolmo, probabilmente oltre la stessa capienza consentita, per assistere all'agognato ritorno del Perugia nella massima serie, dopo quindici anni trascorsi tra purgatorio e inferno.
Alla retrocessione immediata, sancita nel brutto pomeriggio di Piacenza, seguì un nuovo campionato di B da protagonisti, conclusosi ancora una volta in un torrido pomeriggio di sofferenza, stavolta nel catino neutro del "Giglio" di Reggio Emilia, in una sfida all'ultimo duello contro il Torino, giunta sino alla lotteria dei calci di rigore e risolta dal "Cobra" Sandro Tovalieri.
L'estate del 1998 segnò un punto di non-ritorno per Luciano Gaucci e la sua squadra, aprendo un intenso capitolo di grandi gioie in Serie A, dove i grifoni disputarono ben sei campionati consecutivi, togliendosi più di una soddisfazione: dalla conquista della Coppa Intertoto nell'estate 2003, che valse alla squadra l'accesso alla Coppa UEFA (il secondo nella storia del Perugia, dopo quello ottenuto nel 1979), alla vittoria sulla Juventus del 14 maggio 2000, che tolse ai bianconeri uno scudetto praticamente già vinto (anche questo un bis, dopo lo smacco del 1976), consegnandolo nelle mani della Lazio; dal raggiungimento della semifinale di Coppa Italia nel 2002-'03, dopo aver eliminato la Juventus ai quarti, alla vittoria di San Siro nel campionato 2000-'01 contro il Milan di Shevchenko, Maldini e Leonardo, sconfitto poi anche al "Renato Curi" nella gara di ritorno per 2-1 e l'anno successivo per 3-1; dalla magia di Fabrizio Miccoli, che decise un altro Perugia-Milan, quello del 2002-'03, bucando il sette della porta difesa da Dida, alla vittoria per 2-1 nel 1998-'99 sull'Inter di Zanetti, Simeone, Pagliuca, Bergomi, Djorkaeff e Pirlo, fresca di conquista della Coppa UEFA nella stagione precedente.
Risultati a parte, ancora oggi a Perugia è piuttosto nitido il ricordo delle magie di Milan Rapajc, autore di affondi, dribbling e reti sensazionali con la maglia biancorossa fra il 1996 ed il 2000; il lancio di giovani promesse come Giovanni Cornacchini, capocannoniere del campionato di Serie C1 Girone B della stagione 1993-'94, o Fabio Grosso, nato trequartista a Chieti e "inventato" esterno sinistro a Pian di Massiano nel 2002, ruolo in cui si guadagnò la Nazionale andando a vincere il Mondiale nel 2006; la classe di Hidetoshi Nakata, il fantasista giapponese arrivato in Italia nel 1998 fra l'ilarità generale e poi acquistato nel 2000 dalla Roma per ben 32 miliardi delle vecchie lire, oltre al cartellino di Dmitrj Alenitchev e al prestito del giovane Manuele Blasi, riscattato a fine campionato e valorizzato da Cosmi, tanto da finire in meno di tre anni alla corte della Juventus di Fabio Capello; le prime reti assolute nella storia della Serie A di un sudcoreano, Ahn Jung-hwan, poi finito ai ferri corti con la società dopo aver eliminato l'Italia dal Mondiale del 2002, di un ecuadoriano, Ivan Kaviedes, e di un iraniano, Rahman Rezaei; e le giocate di qualche prestigioso senatore, poi eclissatosi, come Giuseppe Dossena, Gianfranco Matteoli, Pietro Vierchowod (che se ne andò al Piacenza prima dell'inizio del campionato), Antonio Manicone, Bruno Versavel o Massimiliano Cappioli.
Il Perugia di Gaucci è stato tutto questo e molto altro ancora. Una società ambiziosa, non restia ad investire laddove lo riteneva opportuno, ma anche una fucina ed un laboratorio costantemente alla ricerca di nuove promesse nelle giovanili italiane e di campionati emergenti da cui pescare potenziali talenti. Alla dimensione "romantica" e popolare del calcio di provincia, Gaucci e i suoi collaboratori seppero insomma affiancare una visione innovativa, probabilmente troppo avanti per essere pienamente compresa in quegli anni di passaggio tra il calcio tradizionale del passato e ciò che vediamo da qualche anno a questa parte.
I modi schietti e diretti, a volte sopra le righe, di Luciano Gaucci non di rado hanno adombrato una lungimiranza ed una capacità di pianificazione straordinarie, che molti in città, a partire dalla politica, non erano stati in grado di comprendere perdendo così anche diverse ghiotte opportunità di sviluppo per il territorio. Sua fu la prima proposta, già avanzata negli anni Novanta, di modernizzare lo Stadio "Renato Curi", completando le coperture e i settori mancanti, e creando attorno all'impianto un'area commerciale che consentisse di rendere la nuova struttura autosufficiente e sostenibile dal punto di vista economico. Sua fu l'idea di creare, assieme al figlio Alessandro, un'azienda di abbigliamento sportivo che svolgesse per la società non soltanto un ruolo di sponsorizzazione tecnica ma anche di branding. Basti semplicemente pensare alle centinaia di migliaia di magliette di Nakata vendute in Giappone. Sua, per l'appunto, fu l'intuizione di guardare all'Asia, non solo sul piano sportivo, in un mondo dove gli equilibri politici ed economici stavano già cominciando a cambiare.
Oggi non sappiamo dove e con chi festeggerà i suoi ottant'anni, ma al personaggio Gaucci:  buon compleanno, Luciano.


Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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